Adriaen van der Werff

Eccapiraichesforzo, segnalare un quadro firmato e datato.
Proprio l’essenza della connoisseurship.

E va bene, lo ammetto, non ci voleva molto.
Ma dato che il pittore non è notissimo (in Italia), e l’asta è un po’ periferica, posso avere il legittimo dubbio che a qualcuno sia sfuggito.
Invece questo ritrattone mi pare notevole (qui):

Adriaen van der Werff (1659-1722)
A portrait of Mr. de Lange
signed and dated ‘Adr. v. Werff. fec. 1688.’ (lower right); inscribed ‘de Lange’ (under the family crest)
oil on canvas, 49×40 cm

Mi piace un sacco van der Werff.
Anche se ovviamente nei ritratti non può sfoderare i suoi incarnati di porcellana, le sue atmosfere cristalline e gelide.
Però è bello ugualmente, c’è poco da dire.

Ne vogliono 8mila, che è un affarone. Credo che sia perché è piccolino.
Ma credo che farà 4-5 volte tanto.
O forse no, chissenefrega.

A me piace.

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Ludovico Mazzanti ≠ Francesco Solimena

Ho letto tante expertise.
Ma veramente tante.
Ho nella mia mente, chiarissima, tutta la scala di valori dei principali storici dell’arte che rilasciano perizie.
Da quelli che scrivono solo quando sono convintissimi della propria opinione, a quelli di manica più larga, fino ai ciarlatani veri e propri che scrivono sotto dettatura.

A volte però, di fronte a opinioni oggettivamente insostenibili, mi sono chiesto se queste perizie fossero proprio tutte vere. O non piuttosto grottesche contraffazioni.

Me lo chiedo anche questa volta, davanti a questo quadro (qui):

Ludovico Mazzanti
Madonna with child surrounded by angels, c. 1725-50
oil on canvas, 79 x 51 cmprivate property, Germany
We are grateful to Professore Nicola Spinosa for confirming the attribution of the painting as a work by Ludovico Mazzanti and for proposing a date within the early Roman period of the artist.

Secondo me il dipinto (che non è nulla di speciale) non ha niente a che vedere con il romano Mazzanti.
Mi sembra un seguace napoletano di Francesco Solimena: la composizione, i volti, i tipici panneggi, mi pare che tutto concorra a una facilissima identificazione di quell’ambiente culturale.
A ulteriore dimostrazione, vorrei confrontarlo con un bel Solimena di collezione privata (in controparte, per maggior efficacia):

Stesso impianto, stessa luce, stesso piede della Vergine che poggia sopra la stessa mezzaluna.
E ovviamente la posa del Bambino a braccia aperte, assolutamente identica.
Modello e derivazione: più chiaro di così.

E va beh, tutti possono sbagliare.
Ma che Spinosa abbia detto che questo quadro è di Mazzanti… io proprio non ci credo.
E’ impossibile, non me lo spiego.
Ripeto, nessuno è infallibile, ma Spinosa non è mica l’ultimo arrivato, non è mica il primo quadro che vede.

Io vorrei proprio averla tra le mani, questa expertise…

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l’ampiezza della cerchia di Raffaello

Avrei potuto metterlo nella categoria Worst Attribution of the Year (WAY Award), e dichiarare finita la competizione del 2020.
Troppo facile infierire su questo quadro e sul modo in cui viene spacciato (qui):

Circle of Raffaello Santi, genannt Raffael
Portrait of a young lady with pearls and palm branch
oil on panel, 52.5 x 27.5 cm

Raffaello.
No, dico: Raffaello.
Vabbeh, ma non dicono Raffaello in persona; dicono “umkreis”, “circle”, ovvero “cerchia di Raffaello”.
Riprende un po’ il Ritratto di Maddalena Doni (santo cielo), riadattandolo a un livello qualitativo leggermente inferiore.
Cerchia, quindi.

Ora, vediamo bene che si tratta di un quadro otto-novecentesco, mediocrissimo nell’esecuzione, di un nazarenismo malinteso frammisto a Ingres.
Può essere anche cerchia di Raffaello?
Quanto può allungarsi il raggio di questo cerchio? All’infinito, potenzialmente?
Anche noi siamo cerchia di Raffaello?

Problemi quasi filosofici.
Ma torniamo al quadro, e alla figura da pirla che uno può fare mostrandolo a un amico, dicendogli tutto contento: “Hai visto la mia cerchia di Raffaello?”.
E questo è niente!
Quando l’amico ti chiederà quanto lo hai pagato…

25-50mila, ne vogliono.
Io glieli pagherei con i soldi del Monopoli, dicendo che sono “cerchia degli Euro”.

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Barend Graat

Se avessi i pochi euri necessari, io mi comprerei questo quadretto di Barend Graat che passa da Millon (qui):

Barend GRAAT (1628-1709)
Léda et le Cygne
Toile, 34 x 44 cm
Signé en bas à droite B Graat

Ma come fai a sapere che è proprio di questo oscuro pittore, l’ignoto Graat?
Lo so perché il buon Graat ha avuto la compiacenza di firmarlo, e di questo lo ringraziamo.
Se poi andiamo a vedere altre sue opere (sicure! mi raccomando: come quasi tutti gli olandesi sul mercato si trovano le attribuzioni più balzane), ci accorgiamo che il quadrino Millon ci sta benissimo.

Gli amici di Millon lo buttano lì, senza parere.
Non scrivono neanche da dove viene il povero Graat (Amsterdam), né degnano il quadro di una parola di commento.

Invece a me pare molto fresco, molto erotico (ma molto: si noti il gesto di Leda che fa passare la mano destra sotto la coscia per aiutare l’atto del cigno), e sono convinto che dopo il restauro salterà fuori benissimo.

3mila euro per un quadro d’autore, firmato, del Seicento.
Non mi pare niente male.

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Artemisia e la moda

Allora, adesso a quanto pare si fa così:
– ho un quadro bruttino, palesemente copia da qualcosa;
– però non posso scrivere “copia”, altrimenti non lo vendo, devo scrivere “seguace” (non importa a quale distanza segua);
– devo individuare il pittore da seguire… ah, cavolo…

E adesso?
Mi dovrò mica mettere a cercare l’autore? Eh no, eh?
Facciamo così (qui):

FOLLOWER OF ARTEMISIA GENTILESCHI, LATE 17TH CENTURY
Lucrecia
oil on canvas 63 x 51 cm (25 3/4 x 20 in)

Poco importa se anche un bambino piccolo vede che è una copia dalla Lucrezia di Guido Reni, nota in diverse versioni:

Se devo essere follower, bisogna che segua qualcuno di famoso, altrimenti come faccio a sentirmi parte di una comunità?
Quindi su Twitter seguirò Donald Trump, o Lady Gaga, o i BTS, anche se con loro non ho nulla da spartire.

Stessa cosa in pittura. Devo scegliere di chi essere follower.
Chi meglio di Artemisia, allora?

E’ la moda bellezza, e tu non puoi farci niente…

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Antonio Zanchi

Ma i tenebrosi veneziani sono tutti la stessa persona?
Secondo me no, altrimenti non avrebbero nomi diversi.
Ma sono tutti uguali, come si fa a distinguere Loth da Langetti da Negri eccetera…

Allora bisogna affidarsi all’iconografia.
Nasi foruncolosi = Pietro della Vecchia
Ferite aperte = Langetti
E così via, navigando nel meraviglioso mare placido dell’ovvio, dello scontato, del prevedibile a uso e consumo del compratore rassicurato.

Mi viene in mente quardando questo bel quadro di Ader a Parigi (qui):

Attribué à JOHANN CARL LOTH (1632 – 1698)
Job
Toile anciennement octogonale, mise au rectangle.
Restaurations anciennes et griffures.
126 x 95 cm

Quanti Loth ci sono sul mercato?
Migliaia, forse milioni.
Vecchio, barbone, fondo nero = Loth.
Non si sbaglia.

Quindi sarò io che mi sbaglio di sicuro, mica il professionalissimo cabinet Turquin.
Però guardandolo (se si usa ancora), non mi sembra di ritrovare le superfici scabre di Loth, la sua pittura magra che si giova abbondantemente della preparazione di fondo.
I muscoli carnosi che emergono di scatto dall’ombra, e anche la presenza psicologica del viso mi fanno pensare piuttosto ad Antonio Zanchi.

Non che cambi tantissimo, siamo sempre negli stessi tempi e negli stessi luoghi.
Chi bada più a queste sottigliezze.

Non è regalato, parte da 8mila, ma a non non dispiace affatto.

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Parmigianino (l’altro)

Mi accorgo solo adesso del passaggio di questo quadro, appena transitato in una oscurissima casa d’aste inglese del Gloucestershire (qui):

In the manner of FILIPPO LAURI, 17th century Italian School
Family of the Satyr at Play
oil on canvas study, unsigned, 34.5cm x 47cm

Mi pare tutto sbagliato.
Il soggetto non è la Famiglia del satiro, che è una iconografia ben precisa che si basa su un brano di Luciano da Samosata. Quindi un generico Putti e satiro andrà benissimo.
Il pittore d’altro canto non mi pare Filippo Lauri, del quale si ritrova solo una vaga predisposizione per l’ambientazione boschiva (comune ad altri millanta artisti del tempo).

Il vero autore è Michele Rocca, detto il Parmigianino, vissuto tra Sei e Settecento e specialista di scene di questo tipo.
Non ho qui a casa la monografia di Sestieri (anzi, se qualche anima buona…), ma sono sicuro che guardandoci dentro troverei tutti i confronti necessari.

Del resto basta dare un’occhiatina alla Fondazione Zeri per trovare un quadro che gli somiglia abbastanza (qui):

Gli somiglia tanto che ho dovuto guardarlo un bel po’ per assicurarmi che non fosse lo stesso quadro.
La qualità mi pare la stessa, quindi direi che si tratta di due versioni autografe della stessa scena (mi sbilancio, nonostante la foto veramente schifosa della casa d’aste inglese).

Non mi dispiace affatto.
Vediamo se e quando si riaffaccia.

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l’importanza del blog per Dorotheum

Chi si ricorda della bella testa bassanesca che segnalavo qualche tempo fa (qui)?
Passava anonima in una piccola casa d’aste, dove fece un buon risultato, 23mila sterline (qui).

Adesso ripassa da Dorotheum, ma non più anonima (qui):

Jacopo da Ponte, called Jacopo Bassano
(Bassano del Grappa circa 1510–1592)
Head of Vulcan
inscribed lower right
oil on canvas, 45.5 x 33 cm, framed
We are grateful to Alessandro Ballarin for confirming the attribution to Jacopo da Ponte, called Jacopo Bassano (Bassano del Grappa circa 1510–1592) after examination of the present painting in the original.

E adesso ne vogliono 100.000 euri.
Avete letto bene.
Ma come abbiamo detto più volte, chi non mi ascolta pianga se stesso.

Sulla attribuzione non voglio discutere, dato che non l’ho visto dal vivo.
Dicevo che “non metto confronti perché non ho voglia di scartabellare l’immensa produzione di famiglia, e non ho i libroni di Ballarin qui a casa. Ma se lo facessi, un testone identico lo troverei sicuramente”.
Loro lo hanno fatto e hanno trovato la testa di Vulcano nella Fucina di Vulcano del Prado:

Perfetto, direi.
A me continua a sembrare Francesco.
Anche perché mi chiedo che senso avrebbe un quadro del genere nella produzione di Jacopo. Mi sembrerebbe più logico pensare a materiale di bottega (familiare), che potesse venire buono per redazioni successive.
Certamente per una dimenticanza, si scordano di citare altre versioni della Fucina, tipo quella del Louvre attribuita (guarda un po’) a Francesco dallo stesso (guarda un po’) Ballarin:

Infine, il mio nome lo cerchereste inutilmente.
La politica di Dorotheum è questa, non è la prima volta che mi rubano attribuzioni.
Quadri che arrivano lì con la mia opinione, anche scritta, che poi diventano meriti attributivi dei loro amichetti.

Ci sono un sacco di miei amici che scrivono sui verbali che sono un deficiente, e che poi vengono ringraziati “for confirming the attribution”.
Ma senza ricordare che l’attribuzione da confermare era mia.

Le belle soddisfazioni del conoscitore

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cazz’ de cos’ ovvero del reclutamento

No, vede, Danieli, lei è poco preparato, è tonto, non ha maturità scientifica, i suoi studi sono risibili, come può pensare che ci sia posto per lei?
Per rovinare gli studenti, che sono il nostro patrimonio principale? Per ridurli, diononvoglia, come lei?

L’Università ha il dovere di selezionare solo le menti migliori, cervelli di respiro internazionale, che abbiano la capacità di forgiare e dirigere le menti dei giovani.

E delle giovani, avrà pensato il professor (in realtà ricercatore) Vito Lavolpe, dell’Università di Bari.
Sì, le giovani… quelle con i buchini, come dice lui… chi è che nella vita nostra c’ha i buchini?
I buchini = femminuccia.
Parole sue.

Cazz’ de cos’, oh, stare di fronte alla competenza del docente incardinato mette sempre soggezione, c’è poco da fare.
Cap’ d’ cazz, sono impressionato.

Che poi, fino a un certo punto… in realtà lo sapevo già…

Però vedere uno tanto coglione da dimenticarsi di nascondere le cose mi lascia sempre un po’ stupefatto.
Come se un prestigiatore dicesse: “Vedete che qui nel doppio fondo c’è un coniglio? Adesso lo tiro fuori”.
Tracotanza, disprezzo del pubblico e stupidità.

E i buchini, non ci dimentichiamo i buchini…

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FRANCISCO BAYEU Y SUBÍAS

Tra le mie numerose lacune, una delle più clamorose riguarda la pittura spagnola.
Me ne sono reso dolorosamente conto scorrendo l’asta di Duran, e giungendo a questi due bellissimi quadri (qui e qui):

FRANCISCO BAYEU Y SUBÍAS (Zaragoza, 1734 – Madrid, 1795)
David y otros profetas del Antiguo Testamento
Moisés en la Gloria con varias figuras del Antiguo Testamento
Óleo sobre lienzo.
Medidas: 63 x 119 cm

Un artista che avevo solo sentito nominare, ahimè.
Va a Madrid nel 1762, chiamato da Mengs (appena arrivato) per aiutarlo a dipingere il Palacio Nuevo.
Evidentemente avrà visto Giaquinto, che era a Madrid fin dal 1753, e ne sarà rimasto inflenzato (immagino con grande soddisfazione di Mengs…).

Sì, perché io avrei detto Giaquinto senza esitazione.
Ma proprio senza dubbio.
Anzi, probabilmente sbeffeggiando chi avesse sostenuto il contrario.
Meno male che non me lo hanno chiesto.

Costano abbastanza poco, 140mila euri ciascuno.

Alla faccia…

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