Garofalo – Köln, Wallraf Richartz Museum, inv. 3220

Un paio d’anni fa il Museo di Budapest mi chiese di scrivere una scheda per il Garofalo di Colonia, che doveva partecipare alla mostra Botticelli to Titian (qui).

Poi ragioni economiche costrinsero a rinunciare ad alcuni prestiti, tra cui ovviamente anche il mio quadro.

La scheda era già scritta, per cui la metto qui.

Garofalo (Benvenuto Tisi)

(Ferrara, 1481 – Ferrara, 1559)

Augusto e la Sibilla

1538

Olio su tavola; 66 x 42 cm

Köln, Wallraf Richartz Museum, inv. 3220

datato sulla balaustra in basso a destra: MDXXXVIII

Gli esordi pittorici di Garofalo risalgono al 1500 circa, e la sua carriera si prolungò fino al 1550, quando divenne completamente cieco. Anche se meno celebrato dalla critica moderna rispetto a Dosso Dossi, egli lasciò una impronta altrettanto profonda nell’arte ferrarese del primo Cinquecento. Durante i cinquanta anni della sua fervida attività, importò a Ferrara gli impulsi più vitali dell’arte italiana, che fuse in uno stile chiaro ed equilibrato, in apparenza privo di grandi cambiamenti eppure sempre aggiornato su quanto di nuovo avveniva tra Roma  e l’Italia settentrionale. All’influenza del Boccaccino (suo primo maestro) e poi di Giorgione, subentrò presto, già intorno al 1512, l’ammirazione per Raffaello e la cultura romana, ma anche l’attenzione per Tiziano, che lavorò a Ferrara nel 1516. Alla metà degli anni trenta, lo stile di Garofalo era maturato anche grazie all’incontro con Giulio Romano, a Mantova dal 1524, e con il concittadino Girolamo da Carpi, attivo a Bologna.

La tavola qui esposta è citata per la prima volta, con la corretta attribuzione a Garofalo, nell’inventario dei beni del cardinale Vincenzo Giustiniani, redatto nel 1638. Dopo vari passaggi sul mercato antiquario europeo, è infine approdata al Museo di Colonia nel 1970 (la provenienza è ricapitolata da E. Mai in Caravaggio e i Giustiniani. Toccar con mano una collezione del Seicento, cat. della mostra a cura di S. Danesi Squarzina, Milano 2001, 232).

Il soggetto rappresentato si richiama a una leggenda medievale: l’imperatore Augusto chiese alla Sibilla Tiburtina se mai sarebbe nato un monarca più grande di lui; dopo tre giorni, la Sibilla profetizzò l’avvento di un re che avrebbe regnato sul mondo per i secoli futuri, mentre nel cielo appariva un cerchio di luce, e al suo interno una vergine con un bambino in grembo. Sul luogo, Augusto fece erigere la chiesa di Santa Maria in Aracoeli.

Sulla balaustra di pietra in basso a destra, Garofalo, come spesso accade, ha apposto una data. La bibliografia, senza eccezioni, riporta la data del 1537. In occasione della mostra monografica di Ferrara (2008) in realtà è stato possibile leggere la data 1538 (MDXXXVIII): l’ultima “I” cade proprio sul filo dell’ombra proiettata dalla cornice.

Benché lieve, lo spostamento cronologico inserisce il dipinto di Colonia in una posizione più consona. Già nelle opere del 1537 era evidente il gusto per colori nuovi e raffinati, accostati con grande libertà alla ricerca di accordi difficili e dissonanti. Nella tela con la Adorazione dei pastori che Garofalo “GRATIS PINXIT” per il convento di San Bernardino
nel novembre 1537 (oggi alla Galleria Nazionale di Palazzo Barberini a Roma: L. Mochi Onori in Il museo senza confini. Dipinti ferraresi del Rinascimento nelle raccolte romane, a cura di J. Bentini e S. Guarino, Milano 2002, 86) la luce notturna rimanda a Giulio Romano, mentre l’imponente Adorazione dei Magi per la chiesa di San Giorgio (oggi alla Pinacoteca di Ferrara, e a detta di Vasari “delle migliori opere che facesse costui in tutta sua vita”) mostra una tavolozza maggiormente schiarita.

Al 1538 è datato anche il Cristo risorto di Massa Lombarda, commissionato da Francesco d’Este, fratello minore del duca Ercole II (M. Danieli in Garofalo. Pittore della Ferrara estense, cat. della mostra a cura di T. Kustodieva e M. Lucco, Milano 2008, 172). I confronti si fanno allora estremamente puntuali: i volumi solidi, le ombre profonde, i panneggi gonfiati da un vento silenzioso e congelati all’improvviso a mezz’aria.

La critica ha spesso rilevato le influenze di Girolamo da Carpi, ma mi sembra che il leggero slittamento in avanti della cronologia avvalori il paragone con l’ultimo Girolamo da Treviso, che in opere come la Presentazione di Maria al Tempio di San Salvatore a Bologna (sicuramente della seconda metà degli anni trenta, anche se di datazione controversa) veste i personaggi di abiti percorsi da pieghe sottili e lunghissime, dai colori insoliti e squillanti.

Una copia del dipinto di Colonia è registrata in un inventario dei beni del cardinale Leopoldo de’ Medici fino dal 1675, e si trova oggi a Palazzo Pitti. Considerata autografa da Giuseppe Boschini (in G. Baruffaldi, Vite de’ pittori e scultori ferraresi, 1697-1722 [ed. Ferrara, 1844-1846], I, 364 n. 1) e Adolfo Venturi (Storia dell’Arte Italiana, t. IX, p. 4, Milano 1929, 318 n. 1), è ora riconosciuta come replica di bottega (F. Navarro in La Galleria Palatina e gli Appartamenti Reali di Palazzo Pitti. Catalogo dei Dipinti, a cura di M. Chiarini e S. Padovani, Firenze 2003, II, 189); la qualità tutto sommato mediocre impedisce di riferirla a Biagio Pupini, come proposto da Anna Maria Fioravanti Baraldi (Il Garofalo. Benventuto Tisi pittore (c. 1476-1559), Rimini,1993, 241).

Bibliografia:

Fioravanti Baraldi 1993, 241

E. Mai in Roma, 2001, 232-233

Danesi Squarzina 2003, I, 419-420, II, 308

M. Danieli in Ferrara 2008, 171

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