Breve ma veridica storia della connoisseurship

Si lamenta da più parti una crisi della connoisseurship, con molte ragioni.

C’erano una volta in Italia, in apertura di Novecento, alcuni grandi conoscitori (nel senso di storici dell’arte in grado di riconoscere un artista da un altro). Generazione degli Adolfo Venturi. Svecchiarono la disciplina e le dettero grande impulso. Crearono cattedre, fondarono Istituti. E soprattutto formarono una generazione di conoscitori altrettanto capaci, che cominciarono a occupare le dette cattedre negli anni tra le due guerre. Generazione dei Roberto Longhi. Questa generazione formò un gran numero di storici dell’arte, spesso di grande valore, ma raramente in grado di abbracciare gli interessi dei maestri nella loro interezza. Crebbe la settorialità (chi studiò un solo argomento per trenta e passa anni), e di conseguenza tramontò la pratica della connoisseurship. A che serve un conoscitore che riconosce un artista solo? Ma d’altronde a che mi serve riconoscere tanti artisti se ho già il culo sulla sedia, da dove non me lo toglie nessuno? Meglio non dare nome alla generazione.

Succeduti ai maestri negli anni sessanta-settanta, approfittano della esplosione di posti universitari non per formare (pratica vecchia e inutile) ma per piazzare mogli, amanti ambosessi, figli di amici e così via. Memorabile l’infornata ope legis 1981, molti li abbiamo ancora sul groppone.

Tra questi ultimi, i pochissimi in grado di formare qualcuno non ne ha ovviamente tempo né voglia, meglio un bel pompino fatto bene e un assegno di ricerca. Nasce così lo storico dell’arte giovane: un solo docente, un solo argomento, una sola struttura, un solo concorso e benvenuto professore, ecco lo studioso migliore.

Quindi non è tanto una crisi della connoisseurship, di cui non frega niente a nessuno, come della storia dell’arte.

Naturalmente ci sono luminose eccezioblablabla.

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