Ronchi di Crevalcore

Il recente terremoto ha colpito una enorme quantità di monumenti. Purtroppo non se li filerà nessuno, perché non si tratta di centri di richiamo. Finale Emilia, Crevalcore, Bondeno.
Una coltellata nel tessuto artistico emiliano, sul quale mi sono formato.

E’ passata un’epoca, da quando frequentavo con entusiasmo la inutile Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte (un truffa bella e buona), e mi fu assegnato il compito di svolgere una piccola ricerca sulla villa Caprara ai Ronchi di Crevalcore, insieme a Lucia Marro.
La metto qui sotto.
Non è molto, ma che altro posso fare?

Il castello dei Rinchi oggi è pericolante.
Per chi può permettersi interventi più seri, il Comune di Crevalcore ha attivato un conto corrente per la ricostruzione degli edifici pubblici danneggiati (qui).

 

Il Castello dei Ronchi a Crevalcore

Il complesso denominato “Castello dei Ronchi” si trova nei pressi di Crevalcore, nella pianura tra Ferrara e Bologna.
Il terreno su cui sorge era inizialmente adibito a uso agricolo, e concesso probabilmente in enfiteusi dall’Abbazia di Nonantola. Nel 1501 il podere venne acquistato dai conti Francesco di Matteo e Alberto Caprara; successivamente lungo tutto il XVI secolo la famiglia si impegnò nell’ampliamento del fondo attraverso una serie di acquisti di terreni contigui. Nel 1823 la contessa Vittoria, ultima erede Caprara, cedette la proprietà ai Rusconi. Da questi passò poi via via alle famiglie Guastavillani, Garagnani, Focherini, Orsi, Giusti. Nel 1985 il Comune di Crevalcore acquistò il complesso dalla Società Immobiliare S.I.L.E.1

Le fasi costruttive

Non sappiamo quale fosse l’aspetto originario del palazzo prima delle trasformazioni avvenute nel 1575. Un documento del 15652 informa sull’esistenza, nella possessione, di un “palatio magno cum suo viridario, columbaria, cortile, fornace a lapidibus, fabraria nova et fabraria veteri”. I recenti restauri hanno evidenziato elementi tali da poter formulare un’ipotesi di ricostruzione (fig. 1) [le figure non le ho in formato digitale, erano altri tempi]: si nota l’assenza della torre centrale sulla facciata, le finestre a tutto sesto e la presenza di un cordolo in arenaria anche all’altezza del piano nobile. La disposizione interna degli ambienti doveva anch’essa essere diversa dall’attuale, poiché “alcuni muri maestri si innestano sui muri esterni in corrispondenza delle finestre ad arco”.3
Nel 1575 un contratto stipulato dai Caprara sottrae il palazzo e gli edifici annessi all’utilizzo agricolo, e ne riserva l’uso alla famiglia.4 In concomitanza con la nuova destinazione, il complesso subisce importanti trasformazioni, passando da una condizione di tenuta agricola a nobile residenza suburbana, seguendo uno sviluppo riscontrabile in molti casi coevi.5 Un affresco in una sala al piano terra (fig. 2) presenta una veduta della villa databile alla stessa epoca, che registra i cambiamenti intervenuti. Al centro della facciata viene eretto l’avancorpo a torre in origine merlato (figg. 3-4); il restauro ha rinvenuto tracce di merlatura anche nella parte meridionale del palazzo (figg. 7-9), nonostante nell’affresco l’edificio appaia già coperto dal tetto.6 La veduta presenta altri corpi di fabbrica allineati sul fronte della strada: la piccola chiesetta, più tardi ricostruita in forme settecentesche, un caseggiato destinato probabilmente a scopi di servizio, la torre colombaia (ora non più esistente) con doppia loggia, un arco d’ingresso merlato.
Probabilmente durante il Seicento si procede alla sopraelevazione del palazzo: in questa occasione vengono aperte le finestre del sottotetto e viene chiusa la merlatura della torre (fig. 10). Nel periodo 1702-1705 il conte Nicolò Caprara fa ricostruire la chiesa di San Matteo (fig. 11),7 e nel 1765 la contessa Maria Vittoria erige la cosiddetta Rotonda all’inizio del lungo viale d’accesso alla villa, come ex-voto per la scampata morte del marito Francesco (figg. 12-13).8
Sempre agli anni sessanta-settanta del XVIII secolo si possono far risalire alcuni lavori che avrebbero dovuto far parte di un grandioso progetto di risistemazione dell’intero complesso, documentato da una veduta a tempera (fig. 14). Furono eseguiti in questa occasione i due torrioni che delimitano il fronte, e vennero risistemati gli edifici della corte interna (figg. 15-23).
In tempi recenti furono abbattuti altri edifici per permettere la costruzione di una porcilaia e di alcuni magazzini, poi abbattuti a loro volta.

Analisi tipologica

La pianta del palazzo (fig. 24), riportata dai restauri all’aspetto della sistemazione del 1575,9 presenta la loggia passante, soluzione tipica dell’architettura di villa bolognese (fig. 25), che assolve al compito di distribuzione degli ambienti.10 La semplicità della struttura e le dimensioni tutto sommato modeste probabilmente derivano anche dal fatto che l’edificio è il risultato della modifica di una precedente costruzione essenzialmente rurale, pensata priva di qualsiasi scopo celebrativo.
Il piano terra presenta nell’ala meridionale tre ambienti, di cui uno, di maggiori dimensioni, in un inventario del 1780 viene denominato “camera del teatro”.11 Nella parte nord è presente una controloggia dalla quale si accede ad altri due ambienti e alla scala. Quest’ultima, molto semplice, è costituita da una doppia rampa con riposante coperto da una volta a doppia crociera (figg. 26-27).
Il piano nobile ripete la sintassi distributiva del piano sottostante, con l’esclusione della controloggia. La funzione di rappresentanza del piano superiore è confermata dalle dimensioni del grande salone a sud, che risulta di maggiore altezza rispetto a tutti gli altri ambienti, e dalla decorazione pittorica di eleganza più ricercata, in cui appaiono numerosi i leoni araldici (fig. 28). Tutte le sale del palazzo sono accessibili dalle logge, ad eccezione dei due ambienti dell’angolo sud-ovest, per i quali questa circostanza ha fatto ipotizzare una destinazione a salottino privato.12
L’asse della loggia passante non impedisce tuttavia agli ambienti di disporsi nelle due ali liberamente, senza preoccupazioni di simmetria. Questa sistemazione della pianta riflette la necessità di riadattare a nuove funzioni spazi già in parte delineati.
Per quanto riguarda gli altri edifici che formano il complesso, la loro sistemazione risale in gran parte alle trasformazioni del XVIII secolo: abbiamo già accennato che la costruzione dei torrioni risale a queste date, e una ricognizione eseguita nel 1793 ci informa che gli edifici della corte principale erano stati da poco conclusi.13
Una mappa del catasto Boncompagni (fig. 29), risalente all’inizio del secolo scorso, mostra però una situazione alquanto differente dall’attuale. Altri corpi di fabbrica collegavano il palazzo agli edifici di servizio, e la seconda corte, a nord, era chiusa su tutti i lati. L’aspetto doveva risultare quindi meno arioso dell’attuale, quasi da piccola cittadina cinta di mura: impressione ribadita dai passaggi a voltone che corrono paralleli al fronte (figg. 30-31) connettendo i vari settori della tenuta.14 Attualmente non rimane la minima traccia delle costruzioni che fiancheggiavano il palazzo, e in una veduta che risale al 187014 circa esse sono già scomparse, così come sono stati demoliti, ma in epoca più recente, alcuni fabbricati dei lati nord e ovest della seconda corte.
Allo stato di conservazione attuale, dunque, risulta piuttosto difficoltosa un’analisi esauriente del complesso, dato che il progetto originario non ha avuto compimento e che in seguito sono intervenute numerose e importanti variazioni.

I modelli di riferimento

Risulta evidente che le trasformazioni del 1575, pur adattando il palazzo a residenza signorile di campagna, hanno conferito ad esso un aspetto maggiormente simile alle residenze fortificate del territorio ferrarese – specialmente con la costruzione dell’avancorpo centrale merlato. Il paragone più immediato per vicinanza topografica e conformità esterna si può instaurare con la residenza feudale dei Pepoli a Palata (fig. 32):16 [pure danneggiata nel terremoto] vi riappaiono la torre centrale, il cordolo in arenaria e il basamento a scarpa. Per quanto concerne la merlatura, presente a Palata, non sappiamo se ai Ronchi fu effettivamente realizzata, come abbiamo sopra accennato.
Esempi di questo tipo sono abbastanza frequenti nel ferrarese: senza volersi soffermare troppo sulle ovvie caratteristiche difensive della rocca di Cento (fig. 33), eretta per la maggior parte verso la metà del XV secolo, un raffronto più calzante ci pare quello col castello dei conti Piatesi a San Venanzio di Galliera, oggi non più esistente in quanto distrutto verso la metà del XVIII secolo, ma documentato dal Danti nel 1578 (fig. 34). Anche qui si può ripetere il dicorso fatto a proposito di Palata. La torre merlata centrale compare anche in residenze private quali villa Massari a Voghiera17 (fig. 35), e in alcune delizie estensi come quella di Benvignante, voluta nel 1464 da Borso18 (fig. 36).
Perogalli ipotizza per questa tipologia un’origine lombarda,19 individuando il prototipo nel castello di Peschiera Borromeo, edificato verso la metà del XV secolo (figg. 37-38): “La pianta rientra nel tipo rettangolare, con unica torre centrale, che si sottopassa entrando, sul lato sud; […] costituisce un tipico caso e forse il prototipo di questa disposizione”.20 Effettivamente l’impianto di Peschiera Borromeo ricorda abbastanza da vicino quello di Palata Pepoli, il quale a sua volta appare il precedente più diretto per il palazzo dei Caprara.
Oltre che con ragioni stilistiche, l’aspetto difensivo del castello dei Ronchi si spiega anche con necessità più stringenti: al confine tra il territorio estense (dal 1598 controllato dalla Chiesa) e quello lombardo, la zona di Crevalcore era sottoposta a pericoli bellici di vario genere, tanto che ancora nel 1643 il castello è interessato dalle operazioni militari della guerra per il ducato di Castro, e per tre volte rischia di venire dato alle fiamme.21
Di questa destinazione anche difensiva rimangono tracce nelle feritoie ai lati della finestra della torre. Un’altra feritoia venne aperta in una sala del piano nobile allo scopo di tenere sotto tiro, quale ultima difesa, il riposante della scala (figg. 40-41).
Nel XVIII secolo l’aspetto della tenuta dei Ronchi (che come abbiamo visto era stata già nel 1575 trasformata secondo criteri stilistici arcaizzanti) doveva ormai risultare decisamente anacronistico e inadeguato. Una veduta a tempera dipinta in uno degli edifici dell’ala sud documenta il progetto di un grandioso ampliamento dell’intero complesso. Il palazzo attuale avrebbe dovuto essere sostituito da una mole ben più imponente, e tutti i rimanenti corpi di fabbrica dovevano formare due grandi ali simmetriche, a incorniciatura del monumentale palazzo al centro. Il fronte veniva poi chiuso da due torrioni alle estremità, costruiti ex novo sia pure in forme meno aggiornate rispetto al palazzo.22
La cronologia del progetto non è sicura: l’idea è senza dubbio settecentesca, e i primi lavori di ristrutturazione risalgono al 1702-1705, quando Nicolò Caprara si occupò di ricostruire la chiesa di San Matteo. Nel 1765 la costruzione della Rotonda all’inizio del lungo viale d’accesso (fig. 42) sembra già far parte del progetto generale, che quindi si può presumibilmente far risalire a quegli anni e alla volontà di Maria Vittoria Caprara. Del resto il rinnovamento del complesso dei Ronchi si inseriva in una serie di lavori che avevano portato all’abbellimento tanto del palazzo Caprara di città quanto dell’altra residenza rurale, alle Budrie.23 È chiaro che le funzioni di rappresentanza erano svolte da questi ultimi due edifici (di ben altro impegno architettonico), e quindi il possedimento dei Ronchi era stato fino ad allora relegato in secondo piano.
Pur riorganizzandosi in modi più aggiornati, il complesso mostra, specie negli edifici sul fronte, una semplicità e una sobrietà ancora quasi cinquecentesche. Il progetto infatti si potrebbe accostare a un’altra idea per una costruzione grandiosa e incompiuta: lo schizzo di Ignazio Danti per la villa detta l’Herculana, che nel 1578 era in costruzione (fig. 43).24
Non mancano tuttavia richiami a esiti più attuali: la facciata della chiesa replicata simmetricamente (si noti che nell’edificio a destra mancano il campanile e la lanterna) si rifà alla soluzione della villa Ranuzzi-Cospi a Bagnarola di Budrio, iniziata nel 1700 e quasi finita nel 1711.25
Purtroppo di un progetto tanto ambizioso non restano che i due torrioni e poco altro; la ristrutturazione del palazzo non fu nemmeno cominciata.
Nulla invece sappiamo di un eventuale giardino sul retro del palazzo: certo è che oggi non ne rimane traccia.

La decorazione pittorica

Le operazioni di restauro pittorico, recentemente condotte all’interno del castello e non ancora concluse, hanno riportato alla luce parte della decorazione ad affresco scialbata in varie epoche (figg. 44-54).26 Solo quattro ambienti non vennero coperti: la stanza al piano terreno a destra dell’ingresso, e tre locali al primo piano: due nella parte destra della loggia e uno nell’angolo di sud-ovest. I fregi delle due logge e della grande sala al piano terra sono stati scoperti mediante procedure meccaniche [ovvero a bisturi], e reintegrati, nelle cadute di colore e nelle parti mancanti, seguendo una metodologia di restauro radicalmente integrativo, volto al recupero dell’immagine nella sua totalità anche senza una consona base di intervento.27 [cioè ridipinti inventando di sana pianta]
Per quanto riguarda la cronologia, non abbiamo documenti e fonti che attestino il succedersi degli interventi, ma la critica è ormai unanime nel far risalire il nucleo più cospicuo della decorazione pittorica alla fase di modifiche del 1575: degni di nota sono le vedute di inspirazione nordica della loggia inferiore e i riquadri dell’ambiente a destra dell’ingresso. Solo le due stanze al piano nobile, nella parte destra del fronte, sono da considerarsi posteriori, data la presenza – tra riquadri di soggetto ancora oscuro – di leoni araldici raffigurati in relazione all’impresa dell’aquila estense, palese allusione all’investitura feudale concessa da Cesare d’Este ai fratelli Caprara nel 1608.
Dubbia è l’ipotesi di un intervento del giovane Agostino Carracci nei putti e nelle sfingi della loggia superiore e nella decorazione del grande salone, basata su un’ambigua notizia presente nell’orazione funebre di Lucio Faberio del 1603.28 Il pesante intervento di restauro e una qualità oggettivamente non eccelsa inducono però a una certa cautela nell’attribuzione. [ovvero, il povero Agostino non c’entra nulla, e infatti l’attribuzione è subito caduta nel vuoto. Il corso era Storia dell’Architettura, per cui ci si è dilungati poco sulla parte pittorica]

Conclusioni

Dopo quanto detto risulta chiaro che il castello dei Ronchi non costituisce certo un caposaldo della storia dell’architettura di villa, ma si inserisce in un filone abbastanza tipico dell’edilizia rurale emiliana. Il suo interesse risiede prevalentemente nella particolare soluzione del problema di assolvere allo stesso tempo le mansioni di funzionalità agricola, difesa e rappresentanza, ispirandosi soprattutto a prototipi di ambito ferrarese, ma conservando all’interno la caratteristica ricchezza decorativa bolognese. Se il progetto settecentesco di ampliamento fosse stato compiuto, forse oggi si parlerebbe del complesso in altri termini, ma comunque anche la qualità attuale degli edifici rende la tenuta Caprara un episodio degno di nota nella pianura bolognese.

1. Cfr. Cassoli 1980, e Cassoli 1990.
2. Cit. in Cassoli 1980, p. 98.
3. Cassoli 1990, p. 13; sul restauro vedi anche Salomoni 1990, pp. 31-33.
4. Come si evince da un documento cit. in Cassoli 1980, p. 100.
5. La casa rurale in Italia, a cura di G. Barbieri, L. Gambi Firenze, 1970, pp. 198-203.
6. Non è chiaro se la soluzione della merlatura sia stata abbandonata in corso d’opera. La parete interna presenta affreschi coevi al resto della decorazione pittorica, databile agli stessi anni degli interventi costruttivi, cfr. Cassoli 1990, pp. 14-15.
7. Cassoli 1989, suggerisce il nome dell’architetto Antonio Laghi, già attivo per i Caprara nel palazzo di città e in quello alle Budrie.
8. L’autore del progetto, a detta di Serafino Calindri, sarebbe Petronio Fancelli, mentre l’esecuzione spetterebbe ad Andrea Tadolini; cfr, Cassoli 1979, Cassoli 1980a.
9. Sono stati abbattuti alcuni muri, sia al piano terra sia al piano nobile, ripristinando gli ambienti originali. Tuttavia due sale sono state sacrificate per la costruzione della scala antincendio, che ha comportato anche la distruzione di un soffitto ligneo decorato. Inoltre, allo scopo di ricavare il vano ascensore, è stata accorciata la controloggia del piano terra e alterate le proporzioni di una sala al piano nobile.
10. Cuppini-Matteucci 1969, pp. 35-48.
11. Cassoli 1990, pp. 16-17.
12. Cassoli 1990, p. 16.
13. Ricognizione del perito Bartolomeo Barilli, cit. in Cassoli 1990, p. 16.
14. Lungo il fronte, sull’attuale via degli Argini, passava anche un canale: ne sono tracce la denominazione della strada e i resti di un ponticello che dà accesso alla corte
15. Pubblicata da Cassoli 1980, fig. 4.
16. Per l’aspetto cinquecentesco di Palata Pepoli, cfr. il manoscritto di Ignazio Danti del 1578, ristampato in Fanti 1967.
17. Ricostruita attorno al 1725, la villa conserva però alcune parti cinquecentesche, tra cui appunto la torre, cfr. Insediamento storico 1991, pp. 310-312.
18. Rimaneggiata nel 1860: Insediamento storico 1991, p. 23.
19. Perogalli 1972.
20. Perogalli 1960, p. 168; un altro esempio può essere il castello di Tortorolo (fig. 39), presso Pavia (Perogalli 1960, p. 204).
21. Cassoli 1980, p. 100
22. Per questi motivi stilistici, Cassoli 1980, pensava per i torrioni a una datazione cinquecentesca, salvo poi correggersi dieci anni dopo.
23. Cuppini-Matteucci 1969, pp. 53-55, 337-338.
24. Cfr. Fanti 1967, p. 56.
25. Cuppini-Matteucci 1969, p. 359.
26. La loggia al piano terra e il salone del piano nobile furono scialbati nel 1940, cfr. Cassoli 1990, p. 17.
27. Nel lato ovest della loggia superiore si sta procedendo a una radicale ricostruzione a tempera della decorazione a grottesche del soffitto ligneo. Negli altri cinque locali, tre al pianterreno e due al piano nobile, sono stati eseguiti vari saggi di pulitura in vista di un futuro intervento.
28. “La prima volta ch’egli per far prova di sè nel colorir a fresco, dipinse a i Ronchi di Crevalcore un Caval Leardo” [che ovviamente non c’è più]: ciò ha fatto supporre un intervento di Agostino anche in altri ambienti del palazzo, cfr. Cassoli 1980, p. 108, e Benati-Peruzzi 1990, p. 21.

Bibliografia

G. Adani, M. Foschi, S. Venturi, Ville dell’Emilia-Romagna, Milano 1982
G. Barbieri, L. Gambi (a cura di), La casa rurale in Italia, Firenze 1970, pp. 198-203
Insediamento storico e beni culturali. Alto ferrarese, a cura di W. Baricchi, P.G. Massari, 2 voll., Ferrara 1991
D. Benati, L. Peruzzi, La decorazione pittorica, in Castello dei Ronchi. Crevalcore, Crevalcore 1990, pp. 21-29
U. Beseghi, Castelli e ville bolognesi, Bologna 1957, pp. 376-397
L. Bortolotti, I Comuni della provincia di Bologna, nella storia e nell’arte, Bologna 1964, pp. 174-176
P. Cassoli, La Rotonda dei Caprara. Una gemma del Settecento in terra crevalcorese, in “Il Bolognino”, n. 4, 1979, pp. 16-18
P. Cassoli, I Conti Caprara e il “castello” dei Ronchi, in “Strenna Storica Bolognese”, XXX, 1980, pp. 93-122
P. Cassoli, La Rotonda Caprara e il castello dei Ronchi, Crevalcore 1980
P. Cassoli, I dipinti della chiesa di San Matteo dei Ronchi, catalogo della mostra, Crevalcore 1990
P. Cassoli, Le vicende storiche, in Castello dei Ronchi. Crevalcore, Crevalcore 1990, pp. 11-19
G. Cuppini, A. M. Matteucci, Ville del Bolognese, Bologna 1969
M. Fanti, Ville, castelli e chiese bolognesi da un libro di disegni del Cinquecento, Bologna 1967
P. Foschi, Storie di famiglie e patrimoni, in Palazzi di città e palazzi di campagna. Il rapporto città campagna nel territorio bolognese, Bologna 1998, pp. 156-197
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C. Perogalli, Castelli della pianura lombarda, Milano, 1960
C. Perogalli, Castelli e rocche di Emilia e Romagna, Milano, 1972
R. Scannavini, Evo moderno. Dall’incastellamento rurale alla civiltà protoindustiale attraverso la rivoluzione agricola, in Palazzi di città e palazzi di campagna, Bologna 1998, pp. 16-43

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4 risposte a Ronchi di Crevalcore

  1. Federica ha detto:

    grazie mille per questo stupendo articolo su Villa Ronchi da parte di tutti i SEMPAR in BARACA che da anni ormai organizzavano manifestazioni al suo interno..grazie davvero

  2. Elena ha detto:

    grazie per questo articolo sui ronchi!…volevo sapere se potevo contattarLa in qualche modo, perchè mi piacerebbe avere altre informazioni e magari qualche immagine, perchè siamo due studentesse di architettura e stiamo facendo la tesi sul recupero post terremoto di tutto il complesso di villa ronchi.
    grazie mille!
    Elena e Sara

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