Comprare una opinione

Con un classico blitz estivo, la casa d’aste Bonhams ha fatto togliere dal mio blog l’immagine della Adorazione dei pastori venduta qualche settimana fa come Battista Dossi, ma che io ritenevo – e ritengo – una copia. Qui il post relativo.
Ufficialmente è una questione di copyright, ma non è difficile capire il vero motivo. O meglio, i veri 117mila motivi.

Pure se un po’ squallida, la vicenda ha qualche aspetto formativo.
Nelle mie sempre più rade performance didattiche, ripeto sempre che la storia dell’arte è una storia di oggetti. Oggetti che esistono indipendentemente dalle opinioni degli storici.
Puoi attribuire un dipinto alla cerchia di Tizio, o alla bottega di Caio, ma il dipinto rimane sempre lo stesso.
Tutte le informazioni che emergono dagli archivi, dagli inventari, che si sono stratificate nella bibliografia, devono aggregarsi intorno all’oggetto e trovare in esso la loro verifica.
Altrimenti tutto il castello metodologico è destinato a crollare.
Decine e decine di ragazze volenterose che spulciano inventari, dragano collezioni di panzuti cardinali seicenteschi accumulando Caravaggi e Poussin e Annibalicarracci, sono destinate a rimanere confinate nel limbo della storia dell’arte virtuale, se alla fine non arrivano a toccare con mano le tele e le tavole.

Inamovibile, l’oggetto-dipinto porta in sé una verità storica che si può afferrare parzialmente, o che può anche sfuggire, ma che non si può cambiare.
Se il quadro lo ha dipinto Sempronio, non ci sono cazzi.

Torniamo al dipinto Bonhams copia da Battista Dossi.
Anche accumulando expertise e pareri, il quadro resta sempre lo stesso. E resta sempre una copia – a mio modesto avviso, beninteso.
Qual è allora la strategia, nel magico mondo di internet?
Tengo buona la mia interpretazione critica che mi fa comodo, e faccio sparire l’oggetto. L’oggetto vero e proprio è già stato inghiottito dal collezionismo privato, mentre l’oggetto virtuale – cioè la foto – è stato rimosso con una azione legale.
Rimangono solo una attribuzione, una transazione di denaro e basta. L’oggetto è un po’ imbarazzante, meglio nasconderlo sotto il tappeto.

Non ho niente contro il mercato, e quando posso ci lavoro con soddisfazione.
Ma trattare l’arte antica come fosse un titolo azionario, un derivato da piazzare al primo gonzo, finisce per deprimere l’intero settore.
Significa non solo non avere passione per i dipinti – cosa più che legittima, accidenti a queste vecchie croste polverose -, ma anche avere capito poco dell’intero baraccone.

Finisco con un ultimo consiglio petulante.
E’ meglio tutelarsi con la qualità del lavoro scientifico e la scelta dei consulenti, che con le minacce di ritorsioni legali.

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