L’Italia odia l’istruzione, c.d.s.

(attenzione: il seguente post contiene banalità e argomentazioni populiste)

Un paio di notizie dal sito di Repubblica.

La prima (qui) dice che “L’Italia ha tagliato più di qualsiasi altro Stato europeo sull’istruzione”, ovvero ha operato una riduzione del 10,4% sulle spese per l’istruzione in due anni (2010-2012).

La seconda (poche righe, qui) dice che i giovani laureati disoccupati sono aumentati del 35% in un anno, e il giornale ne conclude che “Laurearsi non basta più per lavorare”.

Bisognerebbe raccogliere queste notizie (diramate senza alcuna enfasi, e nascoste tra le pieghe del sito), e tante altre consimili, in un pamphlet da intitolare L’Italia odia l’istruzione.

Perché alla fine il punto è questo.
Non è che l’Italia “non scommette sulla ricerca”, o che “mette a rischio il futuro dei giovani”, o altre frasi fatte.

Diciamoci pure la verità.
Alla gente, e ai datori di lavoro, di “istruzione” non gliene importa un cazzo.
“Istruzione” è una moneta che non è spendibile da nessuna parte.
Esiste forse un posto di lavoro al quale puoi accedere in virtù di “istruzione”?
Anzi diciamo meglio: esiste un posto di lavoro al quale ti sia interdetto di accedere per mancanza di “istruzione”?

“Ci dispiace, lei non è abbastanza qualificato”. Ma figuriamoci.
Molto più frequente il contrario: “Ci dispiace lei è troppo qualificato”.

 

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