vedere e non vedere – Pistoia

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A me piace vedere tutto.
Ci sono persone che vanno in un posto e chiedono “Cosa c’è di bello da vedere?”
Io voglio vedere tutto. Poi ci penso io a stabilire cosa è bello e cosa no.

Rispetto a qualche anno fa, vedere tutto è sempre più difficile.
Intendiamoci: puoi facilmente consultare un gruppo di disegni al Rijksmuseum di Amsterdam standotene seduto a casa tua.
Ma andare in giro in una città e vedere le cose è sempre più complicato.

Vado a Pistoia. Un giorno feriale, per non trovare casino.
Grave errore, perché il Museo Civico è chiuso il lunedì.
E il martedì.
E anche il mercoledì.

E va beh. Allora faccio il giro di tutte le chiese.
Duomo, S.Andrea, S. Giovanni Fuorcivitas.

Pausa pranzo, e poi Oratorio del Tau.
Altro grave errore:

pistoia-oratorio-del-tau

Questo elegante cartello mi dice che non avrei dovuto mangiare.
Adesso è troppo tardi.
Che faccio? Di solito all’ora di pranzo vado al Museo, così aspetto che riaprano le chiese.
Ma il Museo è chiuso, perché oggi è lune-marte-mercoledì.

Provo in San Domenico, lì di fronte.
Leggiamo il cartello informativo:

pistoia-san-domenico

Illeggibile. Chiesa chiusa.
Tentiamo allora di leggere il cartello allestito per il Giubileo del 2000, di solito sono ben fatti:

pistoia-san-domenico-2

Vabbeh. Niente San Domenico.
Giro a sinistra e mi avvio verso San Paolo.
Chiusa.

Ok, giro ancora a sinistra e tento con la chiesa dell’Annunziata.

pistoia-annunziata

Chiusa. San Pier Maggiore?

pistoia-san-pier-maggiore

Chiusa.
Uff…

Ma come si fa a lavorare in questo modo?
Se vuoi vedere Giovanni Pisano, nessun problema.
Se vuoi vedere, che so, Giovan Domenico Ferretti, ‘azzi tua.

Per rilanciare un clima costruttivo, un pensiero a un quadro bellissimo che ho visto e che non conoscevo.
Un particolare è in apertura.
Chi indovina avrà una menzione d’onore.

 

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3 risposte a vedere e non vedere – Pistoia

  1. Silvia ha detto:

    Di chi è il quadro, chè non vedo risposte? Ci fa vedere anche il resto?

  2. Giacinto Brandi ha detto:

    Recupero un suo vecchio post perché mi sembra il più adatto per questo resoconto.

    Salita alla cupola del Duomo di Piacenza per vedere gli affreschi di Guercino (e Morazzone, fatalmente relegato in un angolino per non oscurare la star), ultimo turno dell’ultimo giorno (non sapevo del prolungamento delle visite fino al 4 luglio) acciuffato per i capelli.

    L’ascesa passa per le due sagrestie neogotiche, i documenti d’archivio sulla commissione e i pagamenti a Guercino con relativa, inconcludente discussione sul valore in euro di 1900 ducatoni, la visione obbligatoria, stile corazzata Kotiomkin, del filmato su maxischermo panoramico dedicato a storia e stesura degli affreschi, con tanto di voce narrante di Guercino e nel complesso concepito per un pubblico più analfabeta che generalista; prosegue per il matroneo con i calcinacci degli smantellamenti ottocenteschi, approda all’estradosso della navata centrale, davanti alla porticina per accedere al camminamento del tiburio ed essere – finalmente, dopo cinquanta minuti – al cospetto degli affreschi. Il gruppo di venti persone viene a questo punto diviso in due. In dieci accederanno al tiburio, gli altri si daranno il cambio con gli uscenti. Entro col primo gruppo, i primi cinque a destra, gli altri cinque a sinistra.
    La cupola è buia, il camminamento è percorribile solo per metà dell’emiciclo. Siamo invitati ad arrivare fino al punto dove il camminamento è interrotto e a indossare le cuffie appese alla balaustra nello spazio tra le colonne, come per le domande finali di un telequiz. Musica, e una voce suadente prepara alla mistica visione. Si illuminano lentamente le vele del Morazzone, e con un climax ascendente tutte quelle di Guercino. Parte il terzo Concerto Brandeburghese di Bach, per quanto prediletto ne ho abbastanza e tolgo le cuffie. Nei non più di tre minuti in cui le luci rimangono accese ho appena il tempo di inquadrare le vele del Morazzone, cogliere la potenza degli scorci e provare un primo, rapidissimo confronto con le calme e poderose figure guercinesche della vela a fianco. Le luci si spengono e siamo invitati a uscire. Una signora, senza nemmeno lamentarsi dell’impossibile rapidità dell’esperienza, fa osservare alla (peraltro gentile) guida che accedendo in questo modo è stato possibile osservare soltanto metà della cupola. “Mi dispiace, ma devono entrare gli altri, il tempo a disposizione è questo.”

    Scendo per i ripidi scalini con un senso di profonda umiliazione. Avevo sospettato che non sarei riuscito a entrare in intimità con gli affreschi, e di certo non considero le mie personali emozioni migliori di quelle degli altri, o tali da giustificare trattamenti di favore, ma non posso non chiedermi perché per vivere esperienze come queste ci si debba necessariamente trasformare in malnutriti polli di batteria.

    Grazie e a presto
    GL

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